lunedì 9 dicembre 2013

Mamma dixit – intercettazioni creative. Le mie primarie.


Qual è la cosa più sbagliata da chiedere a un bambino? Quella che lo getta nello sconforto e lo fa crescere tra uno spasmo affettivo e un conato di vomito?

La fatidica domanda: preferisci la mamma o il papà?

Pediatri, pedagogisti, neuropsichiatri infantili concordano: mai creare una classifica dei sentimenti.
Ovviamente, non abbiamo mai interrogato Marco su questo quesito di fattura shakespeariana. Anche perché, lui si è già dimostrato un politico all’altezza delle vecchie glorie DC: il numero di "ti voglio bene" dedicati a Mamma Isa e a Papypapà è esattamente lo stesso. Non è mai caduto in contraddizione affettiva nemmeno coi nonni. Un vero professionista.

Ma, verso la fine degli anni ’70, a chi poteva interessare il giusto equilibrio della psiche infantile? 

Il Telefono Azzurro non esisteva ancora e i bambini, in macchina, viaggiavano in piedi sui sedili posteriori, pronti ad essere sparati fuori come la Donna Cannone. A quei tempi ci si arrangiava come si poteva e, a dire il vero, ci è andata fin troppo bene.

A una come me, che ama qualunque tipo di classifica, non poteva sfuggire quella dei parenti. Temutissima da tutta la famiglia, la mia lista di gradimento, non risparmiava nessuno. Guadagnarsi il primo posto non era cosa facile. Invece, in coda, c’erano sempre le stesse facce: due o tre zii che rischiavano la serie cadetta ogni anno. Uno in particolare, occupava perennemente l’ultimo posto.

Non era colpa mia, questo poveraccio lavorava nell'esercito e si presentava a casa nostra in divisa. Quando facevo i capricci o non volevo finire il mio piatto, ecco che compariva lui. E se per caso non c’era, qualcuno si preoccupava di suonare il campanello al suo posto: “Sta arrivando lo zioooo”! Non era necessaria la sua presenza: per creare lo spauracchio mi bastava solo sentirne parlare.


Il povero zio-Barba Blu non ne poteva più di essere sempre additato come l’ultimo dei parenti, così, un giorno, decide di portare me e i miei cugini al Luna Park. Ce la mette proprio tutta, e riesce pure a farmi vincere un pesce rosso al gioco delle palline (probabilmente minacciò qualcuno sottobanco). Alla fine della giornata ero proprio soddisfatta e guardavo il mio sacchettino trasparente con un certo orgoglio.

Lo zio aspettò proprio l’ultimo secondo, per cercare di prendermi alla sprovvista. 
Scendendo dalla macchina, me la butta lì:
“Oggi non sono l’ultimo della classifica, vero?”

Io lo guardo con l’inconsapevole cattiveria che solo i bambini possono avere.
“Certo che no, zio. Sei penultimo.”

“Be’, mi aspettavo un po’ di più, ma va bene anche così.
Posso chiederti chi hai messo oggi all’ultimo posto?”

Io continuo a parlare con lui, ma intanto guardo il mio nuovo amico, rosso e muto.
“Non c’è nessuno. Oggi l’ultimo posto l’ho lasciato vuoto. Tu sei penultimo a pari merito.”



Non chiedete ai bambini la verità. 
Potrebbero dirvela.



domenica 8 dicembre 2013

Sono sempre stata stonata.


-73

Dicono che sia l’olfatto il primo senso a richiamare i nostri ricordi. Poi viene la vista con la famosa memoria fotografica. Ma che dire dell’udito? Quando sentiamo un pezzo che ci catapulta a chilometri di distanza e anni luce nel tempo.
Tutti abbiamo un sottofondo musicale che scandisce la nostra vita. Sto parlando di quella colonna sonora, che può anche non piacerci affatto, ma che ormai fa parte di noi. 

Ecco: questa è la mia.



In viaggio con mamma. C’era una cassetta in macchina (di quelle che se mi capitavano in mano, il nastro finiva ovunque), mi sembra di essere ancora lì a canticchiare “non piangere salame dai capelli verderame” e pensare che, non solo esistevano salami con i capelli, ma anche di un colore così strano! e proprio non capire come fa, un tipo, a mangiare un fiore e confonderlo con l’amore in una “Domenica bestiale”. Successivamente, ho provato a mangiare un fiore e decisamente non aveva il sapore dell’amore.

Lambada. Se qualcuno inizia ad ancheggiare con gonnelline colorate sulle note di una musica brasiliana, nella mia mente si proietta solo un numero: 1989. Raramente un tormentone musicale si colloca così precisamente nel tempo. La Lambada è il 1989. Già nel 1990 era roba antica, superata. Sparita. Ci sono io, con lo stereo a tutto volume: labbra semiaperte, bacino sculettante e gambe in vista… mio padre non diceva nulla solo perché, considerata la refrattarietà tra sessi che vigeva a quell’età, le coppie di ballo erano tutte al femminile.

Mia madre e Claudio Baglioni. Un amore clandestino dei primi anni ’90: sono arrivata a pensare che avrebbe lasciato mio padre per seguirlo a Porta Portese. Quindi non è colpa mia se, nei miei tormenti amorosi, c’era in sottofondo il buon Claudio e la sua maglietta fina, sparata a bomba nelle cuffie del mio wolkman. In quel periodo, non si capiva mai se un amore era piccolo o grande, ma sulle dimensioni dell’inculata che ne seguiva non c’era mai nessun dubbio: gigantesca.

E arriva l’adolescenza. Ogni canzone ricordava una persona e ognuno di noi era la musica che ascoltava. Come se tutti volessero lasciare qualcosa da ricordare. La musica serviva per ballare, comunicare, incazzarsi, struggersi d’amore, struggersi ancora fin nelle viscere, e poi farlo di nuovo, sempre con la stessa canzone ascoltata all’infinito.
Di quegli anni ho delle istantanee: io che ballo, come taratolata, "Rhytm is a Dencer", perdo un grosso braccialetto (di conchiglie!) che arriva diretto in faccia a un poveraccio, che forse non ha più ascoltato gli Snap in vita sua.
Io, in spiaggia con l’immancabile walkman nelle orecchie, a cantare così forte "Ceeerte Noooottiiii", dimenandomi come un’anguilla, che qualcuno deve aver chiamato il bagnino per il primo caso di affogamento sul bagnasciuga.

La dichiaro Dottore. E si parte per il primo viaggio. Uno zaino pesante e tanta paura di perdermi. "Angel" di Shaggy. Thailandia 2001. Per me questo pezzo significa emancipazione e… un divertente ragazzo canadese.

Noi due (ancora per poco). Estate 2011, immagine di noi due in macchina verso le vacanze, le ultime come coppia. Panciona in bella vista e una canzone di Jovanotti storpiata solo per noi. “Lo spettacolo più bello dopo il Big Bang siamo noi… noi tre.” E Marco che faceva le capriole dentro di me. Adesso che lo conosco, so che stava ballando.

Pomeriggi piovosi. Autunno 2011. Pochi mesi dopo, non avevamo più tanto fiato per sgolarci e nemmeno troppa voglia di fare chiasso. La regola era una e ferrea: dormire. Quando si può, come si può e quanto si può. Ringrazio ogni giorno i Notturni di Chopin, che piacevano a Marco più di qualunque ninna nanna. Hanno scandito ogni nostro pomeriggio piovoso.

Se la matematica non è un’opinione. Per finire, un vero grazie va a tutti i 44 gatti in fila per 6, col resto di 2. Se potessi averli qui davanti, li bacerei tutti e 44, elargendo poi gustose crocchette. Ci sono viaggi che hanno raggiunto la loro destinazione solo grazie a loro… e ai due coccodrilli, un orangotango, due piccoli serpenti e pure l’aquila reale. Noè non sa che piacere ha fatto all’umanità, salvandoli dal famoso diluvio.
Quanti bambini accidentalmente dimenticati all’Autogrill ci sarebbero stati, senza di lui?

Uccidi le tue preferenze musicali (dalle sette provocazioni per un delitto perfetto di Pasquale Barbella – Bill. Un’idea di pubblicità)

giovedì 5 dicembre 2013

Un bel respiro.

-74


Non so quanti di voi frequentano le palestre.

A causa della mia totale mancanza di agonismo e competitività, ho abbandonato negli anni qualunque tipo di sport e mi sono ritrovata a frequentare questi luoghi con un tasso elevato di masochismo. Un incredibile masochismo, vissuto in solitudine.

L’unica cosa che riesco ancora ad apprezzare è che, alla sofferenza fisica, corrisponde un rilassante piattume cerebrale.
Così, mentre siamo tutti rivolti verso lo specchio con le nostre facce rosse e strizzate, come a una seduta plenaria sul water, ripenso a quello che il personal trainer continua a dirci:

“Ricordatevi di respirare.”

È vero: nei momenti di difficoltà, ci capita di entrare in apnea, dimenticando di fare la cosa che ci riesce più naturale. Respirare.

È quello che voglio fare oggi: tirare un lungo sospiro di sollievo. Dopo una giornata di apnea.




Mio padre, quello che avevo già descritto come un uomo tutto d’un pezzo, ieri era a pezzi sul serio: su un tavolo operatorio.

Lui che odia gli ospedali più dei cimiteri. Che, probabilmente, ha meno feeling con i dottori che con gli esattori, lui che ha tutte le sue idee sui lavori che dovrebbe fare una donna, è stato per più di 5 ore nelle mani di una chirurga. Donna, ovviamente. A volte, il destino si fa certe risate.

Dopo l’intervento, mentre la dottoressa dava a mia madre le indicazioni per poterlo vedere, io rivivevo quello stesso momento, dieci anni fa, in una situazione simile, dopo un’altra operazione e dopo un’altra apnea.

Mi vestono tutta di verde pisello, con cuffia e copri scarpe e mi fanno avvicinare a un letto, dietro a una tenda divisoria. Vedo mio padre, con un tubicino che gli esce dal naso, una mascherina trasparente e un numero imprecisato di cannette che entrano ed escono dal suo corpo. Lui è vigile e mi prende la mano, io gliela stringo a mia volta. Con l’altra mano si toglie la mascherina e mi fa cenno di avvicinare l’orecchio alla sua bocca. Con un filo di voce mi dice:

“Mi porti su l’asso?!”

Dopo ore di sala operatoria, lui si stava finalmente concedendo uno dei suoi solitari. Quelli che, da quando lo conosco, scandiscono le sue albe. Non aveva le carte, ma nella sua mente era tutto chiarissimo.
Alla fine, lui si era appena svegliato e cosa fa, sempre, quando si sveglia? Un bel solitario.



Bello tornare a respirare!



Addio birilli.

Una mamma come copy cambia faccia. 

La tecnologia mi è avversa, quindi ho dovuto cambiare immagine del profilo e sfondo al mio blog. Senza avere la certezza di risolvere il problema. In alternativa, ho aggiunto uno svolazzante stormo di uccelli... così, per lasciare aperta una strada a nuovi, interessanti commenti.

mercoledì 4 dicembre 2013

Mamma dixit – intercettazioni creative. Tu quoque?


Non raccontiamocela. Lanciare reggiseni nel ‘68, dare il libero arbitrio al nostro utero e imparare a memoria Sex and City non è servito a molto.

Agli uomini basta ancora poco per riuscire a metterci in discussione.
Anche se a farlo è solo un… inizio d’uomo.


Stamattina, mi stavo vestendo e Marco gironzolava intorno a me come fa sempre. Interessato a tutto quello che faccio, già dalle prime ore della giornata.
Mi dà quella che ho interpretato come una carezzina sulla gamba, ho ricambiato con un buffetto sulla testa, un gesto istintivo e materno di montessoriana memoria.

Marco: “Mamma… peeeeli?!”

Io: Marco, si dice pi-e-di.   

Marco: No, mamma! pppeli, mamma. pppp-eeee-li.
(E con la manina fa segno proprio lì, sulla mia gamba.)

Io: “Coooosa???” (Occhi sgranati come un fumetto manga)


In un attimo, ecco come mi ha fatto sentire.



E le mie certezze sono crollate.
La ceretta è già prenotata. E siamo solo all’inizio.




martedì 3 dicembre 2013

Mamma dixit – intercettazioni creative. 24 desideri avventati.


Eccoci: siamo entrati nell’Avvento. Anche quest’anno mi ritrovo con lo stesso, rinnovato entusiasmo, ad aprire finestrelle numerate che celano topolini sotto il vischio e pettirossi col cappello di Babbo Natale.

Purtroppo, l’ultimo calendario che ho comprato si è rivelato una fregatura. Appena l’ho tolto dalla confezione, il cartoncino con le piccole immagini che si trovano dietro le finestrelle… si è staccato, dandomi una triste anteprima di quello che Marco troverà, da qui alla vigilia.

Questa involontaria anticipazione mi ha fatto venire voglia di immaginare nuove sorprese, che vorrei scoprire dietro a quei 24 numeri.

Contravvenendo a qualunque superstizione sui desideri svelati, condivido subito i miei.


1 – Un pigiama. Catapultata, in un secondo, a uno sfrenato pigiama party con le mie amiche, più o meno 20 anni fa: chitarra, sigarette, birra e ovviamente… i pigiami!

2 - New York. Quella di Harry ti presento Sally. Poter guardare e riguardare il mio film preferito e ripetere a memoria il discorso della notte di Capodanno.

3 –  Un atro film: Carlito’s Way. Ma questa volta il finale lo riscrivo io. Così evito la mia solita, imbarazzante, crisi di pianto convulso.


4 – Due biglietti aerei.  Un viaggio in Patagonia. E il tempo per andarci.

5 – Una piscina. E quattro amiche in totale relax: rivivere per un secondo la sensazione dopo l’esame di maturità. Dove tutto era possibile.

6- Jennifer Aniston. Sì proprio lei in persona. Vorrei averla affacciata alla finestra del mio calendario e chiederle come fa a sopravvivere. Perché, peggio di non potere avere Bred Pitt neanche per un giorno, è sposartelo e poi doverci rinunciare.

7 – Un’ora. Aprire e trovare del tempo in regalo, da poter usare come voglio. La mia 25 ora.

8 - Il peccato senza il peccatore. Vorrei trovare la cioccolata senza i brufoli, la Nutella senza il culo grosso e la pizza senza cellulite. Magari anche un figlio, senza le notti in bianco. Ma chiedo troppo.

9 - Richard Gere. E tutto il mondo di Pretty Woman. Solo che al posto di Julia, ci sono io a fare shopping sfrenato e commuovermi alla Traviata.

10 - Patrick Swayze. Alzo lentamente il numero 10 e parte in automatico: “Nessuno può mettere baby in un angolo”. E poi… via a ballare Time of my life.

11 – Un anello. Di quelli che gli uomini (tutti!) regalano alle loro donne, mettendosi in ginocchio, ma che a me non è toccato. Ancora.

12 – Un altro anello. Quello che ho perso a mia madre durante una manifestazione studentesca, che lei non mi ha mai fatto pesare abbastanza. Mi piacerebbe poterglielo ridare.

13 – Una gabbia di leoni. Riuscire a ricordare il momento in cui è stata scattata la foto che tengo sulla mia scrivania. Io allo zoo, immortalata davanti ai leoni dal mio nonno, che sul retro ha scritto: “Novembre ‘79: Passerotto con sfondo di leoni”. Dal mio sorriso dovevo essere proprio felice, quella fredda mattina.


14 – Chi ha ucciso Laura Palmer. Almeno mi tolgo ogni dubbio, perché a suo tempo avevo fatto un gran casino.

15 - Rambo. Il mio primo gatto: nero con occhi gialli.

16 – Principessa. La mia ultima gattina: bianca con gli occhi verdi.
Rambo e Principessa: praticamente uno Yin e Yang felino che si sono incontrati solo nel paradiso dei gatti.

17 – Il vocabolario di greco. Quello che volevo bruciare, ma che poi ho tenuto da qualche parte. Vorrei trovarmelo inaspettatamente davanti per potergli dire: “ti ho battuto. Tiè!”

18 – Tanti aiutanti di Babbo Natale. In mezzo c’è anche Marco, alla sua prima recita di Natale. Io non la ricordo perché avevo l’influenza!

19 – Una Golf scura. Aprire il mio numero 19 e trovarmi faccia a faccia con quel cafone che mi ha rubato il parcheggio dopo due ore che lo cercavo, dicendomi solo: “capita!”. Sbattergli la finestrella in faccia e poi farlo di nuovo, finché non chiede scusa.

20 – Babbo Natale. Ma quello vero, per potergli chiedere un passaggio sulla sua slitta, in una silenziosa notte di stelle.

21 - La mia maestra delle elementari. Una suora alta un metro e cinquanta, che ci starebbe larga dentro al mio calendario. Vorrei chiederle perché ci picchiava tutti come un fabbro. Se non la vedo veramente pentita, ripeterei lo stesso trattamento usato col tipo della Golf!

22 – Tiffany. Quello sulla Quinta Strada. E io davanti alle vetrine con quel magnifico vestito nero. Ovviamente, mi calza a pennello come a Audrey Hepburn.

23 – Il rigore di Grosso nel 2006. Così, per fare una sorpresa a mio figlio. Lui non c’era!

24 – Dietro il 24, lo sanno tutti, c’è il presepe. Non me la sento proprio di cambiare questa tradizione. Sfrattare un bambino, il giorno prima del suo compleanno, non è una cosa che può fare una mamma.


domenica 1 dicembre 2013

Nei panni di un bambino.


-75

Pensavo fosse dura mettere al mondo un figlio. Ma nessuno mi aveva detto che il difficile arriva dopo.

Perché la parte veramente dura di tutta la storia è riuscire a trattare i bambini come bambini. Sembra banale, ma non lo è. 
Ci riesce molto più semplice attribuire loro delle età a caso, di solito molto distanti da quella reale.

Al parco si aggirano dei piccoli Man in Black, con tanto di cappotto doppiopetto scuro e cravattino. Gli manca solo la ventiquattrore e l’auricolare e poi saremmo tutti nel paese di Biancaneve e i 7 broker. Va peggio per le bambine: vestite al limite della legalità, salgono le scale dello scivolo come neanche Wanda Osiris le scendeva.

Al contrario, ci sono bambini che sembrano ancora attaccati alle madri da un invisibile cordone ombelicale: “Non correre che poi cadi e ti fai male”.
Ma a 8 anni non è GIÀ caduto e non si è GIÀ fatto male?
Non bere così veloce - non mangiare troppo in fretta - cammina piano – mettiti il cappello – allacciati le scarpe – attento che scivoli…

Per questo dico che l’impegno più arduo per un genitore è trattare i figli per l’età che hanno.

E se nella vita è difficile. In pubblicità è praticamente impossibile.
I bambini sono spesso usati come piccoli testimonial della banalità, stereotipi  ambulanti che svendono sorrisi della durata di 30 secondi. Ecco perché, quando vedo qualcosa che parla di bambini in modo diverso, meglio di come faremmo noi mamme, mi entusiasmo sempre un po’.

Qualcuno ha nostalgia del solito "Lava più bianco"?






Evviva la sincerità con Meijer. Quando mai i bambini sono stati contenti dell'inizio della scuola o di mangiare un bel piatto di spinaci?

Anche Bernbach la pensava così: i bambini non hanno mai fatto salti di gioia alla fine delle vacanze.
"Siamo spiacenti di informarti che il tuo materiale scolastico è pronto da Ohrbach's".


I loro sorrisi restano impressi, anche se li possiamo solo immaginare.