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venerdì 8 agosto 2014

Mamma dixit - Intercettazioni creative. Diagnosi fuori stagione.

Devo dire che alla ceretta 
non mi sono mai abituata.

Per prima cosa, mi imbarazzo da morire per le posizioni da kamasutra che assumo davanti a perfette sconosciute. Posizioni che, tra l’altro, riesco a eseguire con sempre più difficoltà, vista l’età.

La ceretta è una di quelle cose con cui una donna deve imparare a fare i conti, in tutti i sensi. Ebbene sì, ho fatto i miei calcoli: sono vent’anni che i miei bulbi piliferi sono sottoposti a questa obbligatoria tortura.

Con una media di un’oretta a seduta, una volta al mese, con un prezzo che, dai meravigliosi anni novanta ad oggi, è all’incirca quadruplicato… è come se avessi trascorso un anno e mezzo della mia vita sul lettino dell’estetista, con un esborso pari a circa cinque rate del mutuo. E tutto questo, soffrendoci pure.

Ultimamente ho letto della nuova moda delle ragazze di non depilarsi. Si è parlato di rigurgiti di femminismo e di donne stanche di sottomettersi a rigide convenzioni legate solo all’apparenza e non alla vera essenza interiore.

Sarà… secondo me è solo che ci siamo rotte 
di pagare per essere torturate.

In ogni caso, le vacanze sono alle porte e io non mi posso permettere di aderire a questo movimento per il pelo libero. E così, eccomi sul famoso lettino a stringere i denti, mentre una giovane estetista strappa con vigore i miei peli e poi li guarda imprigionati nella cera, come un insetto nell’ambra.

La radio, in queste situazioni, è un obbligatorio sottofondo che si mescola al parlare di niente. Tra un pezzo di Ligabue e uno degli One Direction, però si inserisce prepotente un argomento un po’ fuori contesto. 
E la filodiffusione se ne esce così:

…ora parliamo di diagnosi prenatale.

Nella mia posizione, avrei preferito temi più leggeri, ma la laboriosa estetista riesce comunque a distrarmi dai miei dolori, uscendosene così:

Di già? Ce n’è di tempo prima di Natale…


L’unica cosa positiva è che per un attimo è calato un bel ghiaccio nella stanzetta. Un freddo tale da anestetizzarmi totalmente e non farmi più pensare alla decespugliazione in corso.


Solo dopo qualche lungo secondo, timidamente, le ho suggerito che si trattava di gravidanza, neonati, ecografie… quelle cose lì, insomma.




Di prendersela pure con calma, 
il 25 dicembre è ancora lontano!

martedì 5 agosto 2014

Malinconia.

“Ricordati di dimenticare Lampe” (Immanuel Kant)

-48


La malinconia è una cosa strana. 
Ti prende sempre mentre stai facendo altro. Arriva e non chiede permesso.



Conosco tanti tipi di nostalgia: di posti e di persone. Anche di momenti. E questa è la mia preferita, perché non fa male. Come disse il Poeta molto meglio di me… è dolce naufragar in questo mare.

Più che altro, hai presente il bagnasciuga? Quando il mare ti fa il solletico, senza perdere mai il suo ritmo.
Ecco, a volte la malinconia mi fa un po’ di solletico, mi tiene lì, immersa nei miei pensieri, che mi sembra anche di poterli toccare questi pensieri, così pesanti e vivi. Poi arriva la solita pallina sfuggita a qualche racchettone impazzito e addio al mio dolce naufragare…

Ma la nostalgia vera, di solito arriva come un pugno. Non si è mai pronti.
Marco ha già iniziato da tempo le sue vacanze e sembra che se la stia cavando bene lontano da mamma e papà.

Ma la vera domanda è: 
mamma e papà come se la passano 
senza il loro centro gravitazionale?

La prima cosa che ho fatto quando è iniziata la nostra luna di miele è stata una bella lista dal titolo: “cose che ho sempre rimandato”.
Sopra ci ho scritto, in ordine sparso: nomi di amici da vedere, puntate delle mie serie preferite lasciate a metà. 
Parrucchiere, estetista e qualche visita medica… che non si sa mai.
Spese da fare, lavoretti casalinghi e bassa manovalanza da smazzare qua e là.
Quando mi sono appuntata anche: “cambiare smalto piedi martedì” ho capito che la gestione del mio tempo libero stava diventando un lavoro, così ho mollato il colpo.

Ma l’ebrezza del ragazzino che esce per la prima volta da solo, non dura mai molto.
Eccoci quindi sul divano, due genitori orfani, nella serata libera dal nostro tempo libero.
A mandarci foto da un telefono all’altro, alla ricerca di quella in cui Marco ha la sua espressione migliore.

Ecco, questa nostalgia non passa dalla testa. Se ci penso, è evidente che stare da soli ha solo un sacco di vantaggi. E fa bene pure all’autostima, perché riesco a fare tutto, e ci metto pure la metà del tempo.

Il fatto è che questa nostalgia si parcheggia direttamente nella pancia.
Quando meno me l'aspetto, sento quella fitta, come quando ho lo stomaco vuoto. Ma lo stomaco sta bene.
Allora cosa non va? Perché la fitta non passa?
Alla fine, mi si pianta davanti agli occhi una scena.

È domenica sera. Marco sta ballando e sa che è arrivato il momento di salutarci. Fa finta di niente: a lui i saluti non piacciono. Soprattutto se deve salutare mamma e papà.

Rompo il ghiaccio: 
“Allora, la mamma va. Ci vediamo presto-prestissimo. Fai il bravo coi nonni”.

Lui balla e non guarda. Balla e spera che sia già arrivato il momento di rivederci.
Io però voglio che si accorga del saluto perché non mi piace fregarlo. So che offende anche lui essere trattato da bambino.  

Si ferma un attimo e mi guarda tutto serio:
“Va bene mamma. Tu a lavorare. Io ti aspetto qui”.
Poi mi manda un bacio coraggioso. Senza nemmeno una lacrima.


E alla fine mi accorgo che, tra tutte le cose scritte sul mio promemoria, 
quella che ho fatto più spesso è aspettare 
di rivedere Marco.